L'antica melodia partenopea riletta in chiave electro ambient,
rock, psichedelica e minimalista.
E' il disco Il Tesoro di San Gennaro.
Parla l'ideatore Salvio Vassallo
protagonista insieme con Valentina Gaudini e Ernesto Nobili
di "un'operazione di leggerezza contro le zavorre della napoletanità."
Napoli. E’ luogo di pancia, non di cervello. Lo osservo per vicinanze, storie di contiguità, di cose che nascono sotto ceneri di Vesuvio. Allora aspetto impaziente eruzioni di suoni dalle sue viscere. Proprio nei meandri di quel borbottio di caffettiera che è quel vulcano che protegge la città, c’è un tesoro, piccolo quanto si voglia, ma pur sempre Tesoro e non è un caso che nasca da amore tra voce di donna e sbattere di tamburo di uomo. Si chiama il Tesoro di San Gennaro, ma di protezioni sacrali ha ben poco se non il nome, legato a doppia mandata alla città. Mi sono innamorato di questo disco, perché c’è tutta Napoli dentro. Il mare avvolto dalla baia, le isole di fronte come sirene, le infinite tristezze e frustrazioni nel vederla morire sempre un po’, la felicità di un istante nel vederla rinascere nei sorrisi aperti della gente. E poi il canto, tanto canto, come solo Napoli sa fare, canto di donne affacciate a finestre in quei bassi pieni di umanità in bilico. Questo progetto è il frutto di una deliberata violazione della tradizione napoletana come gesto ultimo d’amore per farla rivivere ancora e ancora. Prendete De Simone che spiega la tamurriata a Thom Yorke dei Radiohead in pizzeria da Michele a Forcella. Al tavolo di fianco Bjork che, mentre mangia una marinara, inizia a canticchiare, lei isolana di Procida, che fa molto Islanda. Questo è quello che ho intravisto in questa storia d’amore tra degli artisti e i fantasmi della loro città. E’ una strana avventura tutta napoletana, ma ambientata in un mondo un po’ strano. La racconta Salvio Vassallo, compositore e ideatore del Tesoro di San Gennaro, incontrato insieme con Valentina Gaudini, voce magica, e Ernesto Nobili, chitarrista. Come mai avete deciso di fare un lavoro così sperimentale su Napoli? La musica napoletana è meravigliosa ma spesso caricata da forzature che invece di esaltarne la bellezza la soffocano in un abbraccio forzoso. Io venivo dalla realizzazione di una rielaborazione delle Folk Songs di Luciano Berio in chiave elettronica. Volevo ripartire da lì. Intitolai quel lavoro Remembering The Future, cioè la traduzione in inglese, non proprio letterale, di Un Ricordo al Futuro, frammento di un'opera di Luciano Berio dal titolo Un Re in Ascolto. Mi interessava prendere materiale da un passato più o meno lontano e dargli nuova vita. Il Tesoro di San Gennaro nasce da lì. Cercavo un suono misterioso e allo stesso tempo luminoso. Una sintesi di vari linguaggi che si fondono tra loro. Sonorità electro ambient e glitch, la potenza penetrante del rock, le suggestioni ipnotiche del minimalismo e della psichedelia. Suggestioni contemporanee che abbracciano materiali musicali antichissimi dove le melodie riescono ad uscire spontanee e senza forzature stilistiche. Cosa c’è di Napoli in questa storia? La cosa che ho sempre avuto in mente nel pensare e realizzare questo lavoro, è la "leggerezza" di cui Calvino parla nelle sue proposte per il nuovo millennio. Leggerezza e non superficialità. Leggerezza in contrapposizione alla pesantezza che sembra permeare buona parte di quello che riguarda la città di Napoli. Sia nel bene che nel male. Una specie di condanna alla didascalia perenne. Nella meraviglia e nell'orrore. Il paese del Sole e la terribile Gomorra. Negli ultimi anni, il mondo ha assistito incredulo ad una serie di avvenimenti che ci hanno fatto sprofondare in basso fino alle prossimità dell’inferno. Per rialzarsi e riprendersi dallo stordimento, bisogna assolutamente lasciarsi alle spalle le zavorre più ingombranti e pesanti della nostra napoletanità, sociali e, soprattutto, culturali. Bisogna alleggerirsi, e parecchio. Mi parli delle canzoni che avete scelto? Ci sono voluti due anni per finire questo progetto. Avevo più di settanta pezzi selezionati all'inizio, una trentina realizzati come prima stesura e alla fine solo nove. Tra questi nove alcuni hanno anche sei o sette versioni diversissime, tutto per arrivare a quella leggerezza di cui sentivo l'esigenza. Le Lavandaie del Vomero del 1200 in cui un canto d'amore diviene canto di protesta contro la dominazione aragonese, dove il fazzoletto (moccatora) assume il significato di pezzo di terra. The Dawn of Michelemmà, un testo che probabilmente parla della nascita dell'isola d'Ischia passando attraverso i secoli con riferimenti all'invasione dei Turchi e quindi al 1400. Le Sorbe e Le Nespole, di fine '600 dove si dice che una giovane donna è come un frutto acerbo e solo il tempo o il denaro possono farla aprire...come non vederne un parallelo con i nostri giorni dove "giovani vergini si offrono al drago..." ? Lo Guarracino, della fine del 700 la cui battaglia finale che vede combattere tutti i pesci del mediterraneo pare essere metafora dei moti rivoluzionari del 1799. La Canzone della Zingara, sempre dalla Gatta Cenerentola, dove tra numerosi rimandi c'è la Piedigrotta, festa pagana dove venivano praticati rituali orgiastici. Quale reazione dai musicisti più anziani? Una cosa stravagante riguarda Antonio Sinagra. Antonio, o anche il Maestro Sinagra, è un musicista napoletano straordinario. Ha fatto cose importantissime a Napoli, e tra l'altro è stato braccio destro di De Simone nella Gatta Cenerentola. La cosa che mi ha lasciato di sasso è stata quando, ascoltando Le Lavandaie del Vomero, pezzo lento e suggestivo, mi ha detto : "Molto bello, mi ricorda una ballata dei Metallica…non so se la conosci…". Ed effettivamente aveva ragione! Il pezzo si chiama Nothing Else Matter, ed ha un riff di chitarra acustica che ricorda il pezzo in questione. Poi c'è Corrado Taglialatela, fonico eccellente che mi ha curato il mastering. Lui, cinquantenne, Napoli se la sente scorrere nelle vene. Una mattina, dopo il mastering, mi chiama dalla macchina in lacrime farfugliando che questo disco era troppo bello, e che ascoltandolo in macchina si era commosso a tal punto che aveva pianto e riso. “Questo lavoro”, mi disse, “è anche mio. Io ci sto dentro!”. Sono cose molto emozionanti... quando senti di aver toccato delle corde senti una strana sensazione.
"LEFT" n°14 del 6 aprile 2012 -Arte Cultura- Donpasta
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